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Tanto per cominciare, tintarella!

dal cuore, dal cuore lo so, è necessario che io racconti la mia storia

lascio perdere tutto quello che mi è stato detto riguardo la vanità, il mettermi in mostra, l’egocentrismo… qui si tratta di aiutarsi. leggo le storie degli altri e mi sono di conforto, mi fanno sentire non più sola, mi aiutano a capire, mi fanno sentire con un’amica, un amico affianco che ha passato le stesse mie avventure ed è lì che è capace di sorridere, di ridere, di parlarne, di liberarsene… portando ancora la speranza.

perché hai voglia a raccontartela, che esiste il momento presente, che il passato te lo lasci alle spalle e il futuro non esiste, ma quando hai un dolore dentro, quando ti senti sbagliata, quando pensi che per te non c’è un posto nel mondo… beh, la speranza ha un suo perché e leggere di persone che la speranza l’hanno ritrovata e si sono ricostruite una vita in base ai propri criteri, lasciando perdere quelli altrui, è di conforto. molto.

così, eccomi qui, a raccontare la mia storia, col profondo desiderio che sia di aiuto ad altri, perché c’è una cosa che sopra a tutte è importante: essere insieme. sapere che c’è qualcuno, da qualche parte, che ha sofferto come te e che ne è uscito, che ce l’ha fatta o che comunque riesce a parlarne, ad andare avanti, anche se le esperienze sono state atroci. quando si tratta, poi, di psicologi e terapeuti di vario tipo, per me è ancora più di conforto. significa che quello che sto vivendo è talmente comune da averne fatto nascere uno studio e questo mi fa sentire molto sostenuta.

ora, procediamo.

sono nata in una famiglia in cui si aspettavano il figlio maschio. il figlio che tenesse insieme la famiglia, per di più, che salvasse il matrimonio. gli è andata male, malissimo. sono nata femmina, il mio corpo emana segni di donna da ogni dove ed il mio temperamento è solitario, menefreghista alle volte. peggio di così non gli poteva andare… volevano un maschio, ma visto che ero una femmina, allora si sarebbero accontentati di una crocerossina che li avrebbe assistiti tutta la vita fino all’ultimo respiro. malissimo, gli è andata malissimo.

per un po’ sì, ho fatto la crocerossina, la confidente di confidenze fin troppo intime, ho fatto la spalla su cui piangere, l’orsacchiotto da stringere quando ci si sente soli ed il capro espiatorio delle varie frustrazioni, oltre che il campo da combattimento in cui si sono cimentati nei primi anni dopo la separazione.

ho la netta sensazione che tutto questo risulterà familiare a molte persone…

dicevo, ho fatto la brava per un bel po’.

ma attenzione, il diavolo riesce a nascondere le corna, ma non la coda… così, sfogavo i miei istinti con malattie quasi mortali, infiammazioni di vario genere e una costante, determinata ed imperturbabile pipì a letto ogni singola notte della mia infanzia, fino ad adolescenza avanzata.

quindi, se da una parte mi prodigavo in sostegno morale e talvolta anche fisico, dall’altra mi rifacevo chiedendo attenzioni oltre misura… si sa, la vita è fatta di equilibri.

che altro vi posso dire… volevano un maschio, abbiamo detto. quindi, sono nata femmina. mi piace portare nuovi punti di vista! sono nata a forza, con il parto indotto, sono uscita incazzata come una belva e mi hanno messo sotto la lampada per tre giorni, come cristo nella grotta, anche se alcune fonti sostengono che fosse un giorno solo… quello sotto la lampada, non nella caverna. sapete cos’è la lampada? molti di voi conosceranno quella abbronzante. ecco, la lampada per l’ittero è una cosa simile. il bimbino sta sotto questa lampada blu che gli fa passare il giallo che gli è venuto sulla pelle. la simpatica lampada, però, è dannosa per gli occhi, allora al bimbino fanno indossare una mascherina, come quelle per dormire che fermano i raggi del sole, così il pupetto, oltre che isolato senza la mamma o altro calore umano, ha pure gli occhi coperti. da solo e al buio. poi si sorprendono se la nostra generazione ha dei problemi… comunque, così ho iniziato i primi momenti della mia vita. che, per certi versi, a saperlo prima che cosa mi aspettava, potevo anche prolungare un po’ quella vacanzina in isolamento…

beh, la zelante infermiera, quando è arrivato il momento di portarmi dalla mamma, mi ha presa, è arrivata nella stanza di mia madre, appunto, ha visto che lei non c’era e mi ha appoggiata sul letto. poi se n’è andata. una pedagogista nata, davvero! un vero genio del male. ma chissà, forse la vita mi stava solo regalando qualche altro momento di beata solitudine…

beh! tant’è che la matrice ad un certo punto è giunta! si è trovata questo fagotto sul letto e ha chiesto alla sua compagna di stanza: “E questo cos’è?”. La fanciulla in questione ha risposto: “Boh. Te l’hanno messo lì”.

Mi rammarico di non essere stata ancora in grado di proferire verbo per poter esclamare: “Ma guarda, niente. Facciamo così. Chiama la tipa di prima e fammi riportare sotto gli UV, che alla mal parata sono ancora in tempo per un bikini di fine stagione”.

Eravamo agli ultimi giorni di settembre del 1978 e, prima di compiere i quarant’anni, di situazioni paradossali ed anche surreali ne avrei vissute parecchie.

bene, ragazze e ragazzi, donzelle e cavalieri. vi saluto.

mi auguro che tutto questo sia servito ad alleggerirvi, rallegrarvi, magari ad aprire lo sguardo su aspetti di voi… se vi va, scrivetemi (pagina contatti).

un abbraccio e alla prossima!

Rossella

Ps: sì, il testo difetta di maiuscole nei punti giusti… per ora diciamo che è un sistema di scrittura spontanea che ho appreso dalle guide spirituali… un giorno vi racconterò anche questa! baci