Blog,  Gocce di Venere

Tre Storie, Una Donna

Qui ci sono tre storie, tre racconti, tre confidenze.

Possono essere vicende di donne diverse, oppure della stessa Donna.

Un’unica Donna che sta viaggiando per ritrovare se stessa, un’unica Donna che è l’anima di tutte le donne, la Dea che incarna le passioni, i timori, le ambizioni di ogni Donna…

Ogni Donna è unica, ogni Donna è diversa dalle altre, ogni Donna ha bisogno di ritrovare la propria peculiare essenza. Ogni Donna viaggia da sola e insieme alle altre.

Queste storie sono uniche, sono tre e sono una, perché la storia di una Donna è la storia di tutte le donne.

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Un’avvertenza.

Queste storie sono autentiche e sono espresse con un linguaggio diretto, reale. Pur restando delicate, contengono talvolta espressioni esplicite, sempre rivolte al desiderio di esprimere una verità per quella che è, affinché sia liberata dai tabù, dal silenzio e dalle catene. Ogni parola è espressione del cuore, della forza e della fiducia che ogni Donna ha messo nel raccontare la propria storia, con l’invito a portare fuori quei segreti che logorano e che, infine, chiedono soltanto di essere lasciati scorrere nel flusso luminoso e trasformativo del tempo.

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Buona lettura,

Rossella Incanto



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Mi sono fermata troppe volte davanti ai miei dubbi e soprattutto alle mie paure.

In questo momento, il battito del mio cuore è accelerato, ho una sorta di nausea e mi gira un po’ la testa. Sono in ansia…

Oh, mio Dio, che cosa mi succederà…                                  

Che cosa accadrà se pubblico questa storia o lancio questa iniziativa…

Mi troverò persa…                                         Nessuno mi ascolterà…

Sarà l’ennesimo buco nell’acqua…          Inizierò e poi non lo porterò a termine come al solito…

Sprecherò le mie energie…                                      

Mi sarò esposta per niente…

Credo di aver elencato un po’ tutte le paure e tutti i pensieri che mi attraversano quando dentro di me parte un’idea o uno slancio creativo e poi giungono a valanga tutti i sabotatori che nel tempo mi sono costruita o si sono fatti strada anche per aiutarmi, per salvarmi dallo stesso dolore che ho provato la prima volta che sono stata respinta.

Lo so bene che i miei sabotatori sono in verità miei difensori.

Cercano di salvarmi dal ripetere quella situazione dolorosa, quel momento in cui avevo aperto il mio animo con fiducia e mi sono vista deridere, respingere, denigrare.

Sì, succede. Accade a molti.

Veniamo in questo mondo, in questa forma carnale, anche per questo, per affrontare i nostri mostri, che sono dentro come fuori.

Ora, come tante altre volte, sono qui a confrontarmi con i miei dubbi e le mie paure, ma, a differenza delle altre volte, vado avanti e continuo a camminare mentre loro sono con me.




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Mio padre veniva di notte.

Io dormivo e lui poggiava la sua bocca sulla mia vagina. Leccava e succhiava.

Era sonnambulo. Quando era in quello stato, faceva le cose più sconce.

Io, mentre dormivo, facevo la pipì a letto. Era il mio modo di difendermi. Facevo territorio. Segnavo i confini di quello che avrebbe dovuto essere protetto per natura, e invece veniva violato ogni sacra notte.

Ho sempre fatto la pipì a letto fino a che mio padre ha lasciato la casa. Per me quell’evento è stato un sollievo. Ho smesso di fare la pipì a letto.

Mio padre ha smesso di abusare di me di notte e ha iniziato ad abusare di me di giorno. Mi raccontava le cose intime che faceva con le sue donne, mi trattava come una di loro, mi rendeva partecipe dei suoi intimi segreti.

Per me era una violenza continua.

Provavo schifo. Mi faceva schifo. Mi veniva la nausea e volevo scappare.

Ho sempre voluto scappare da casa, fin da piccola.

Ricordo un’amica che scherzava sul fatto di scappare di casa e poi telefonare alla mamma dicendo: “Ciao mamma, sono scappata di casa. Torno per cena.”

Ne restavo sorpresa. Per me era assurdo. Niente ironie. Niente scherzi. Io volevo scappare di casa e basta. Salire su un treno e sparire.

Mi avrebbero segregata in casa piuttosto che lasciarmi libera di andare.

Questa è stata la storia per tutta la mia vita. Io che cercavo di scappare e loro che cercavano di fermarmi.

Io l’ho permesso, perché c’era qualcosa in me che voleva essere punito, voleva essere segregato, trattenuto e salvato dal compiere l’ennesimo gesto brutale.

Credo nelle vite passate, ne ho delle certezze, e so di aver compiuto cose orribili. In questa vita, sto pagando per quelle, ma sto anche imparando il senso del confine, dell’amore che è libertà e del rispetto per me stessa e per l’altro.

Mio padre veniva di notte, come forse io agivo nell’oscurità nell’altra vita.

Sono serena in questo e raccontarlo è liberatorio.

In qualche modo mi sono difesa. Nessuno è davvero vittima innocente, ognuno è compartecipe. Ho messo su dei chili di grasso per sentire meno ed essere meno attraente. Ho fatto ancora la pipì a letto in età adulta quando ho avuto bisogno di segnare i confini del mio territorio. Ho morso e picchiato quando mi sono sentita in pericolo. Ho esagerato nel fare la vittima quando avevo esaurito le armi per difendermi.

Ognuno si dà da fare con gli strumenti che ha.

Ora tutto sta a lasciar sciogliere questo dolore, questo guscio intorno al cuore, questa mascella serrata che è sempre pronta a combattere, prevenuta, che vede il pericolo in ogni persona che incontra.

Ora so difendermi. Ora so parlare.

Ora so che raccontare è il primo passo per lasciar scorrere quel dolore e donarlo al fiume, affinché lo trasformi e lo rigeneri in nuova vita, in nuova forza, in nuovo coraggio.

Ho pensato diverse volte a togliermi la vita e ci ho pensato sul serio.

Ero intenzionata a farlo.

Ora so che esiste la morte e ce n’è una che deve avvenire affinché ci sia una reale liberazione. La morte di quella parte di me ancora convinta che tutto sia cattivo, che tutti gli uomini siano cattivi, che fidarsi è farsi del male. Quella parte è destinata a morire e la porterò molto presto al fiume, affinché anche lei si liberi e possa rinascere in una nuova forma di amore.



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Il mio gatto mi insegna l’aggressività.

Quando qualcosa gli dà fastidio, reagisce, graffia, morde.

Io invece no. Io restavo ferma. Subivo. Stavo zitta. Sopportavo.

Poi è arrivato questo gatto. Anche con lui subivo. Mi azzannava i polsi o le caviglie e io lo lasciavo fare. Dopo andavo a medicarmi le ferite, che continuavano a bruciare per giorni.

Ero abituata a soffrire, a sopportare.

Stavo zitta e mi tenevo il fastidio, come per anni mi sono tenuta il dolore dentro.

Facevo lo stesso con il mio gatto. Gli davo fastidio, lo stuzzicavo, nella pretesa che lui subisse, che si lasciasse fare, che sopportasse i miei sfoghi così come avevo sempre fatto io, così come io sopportavo in silenzio e remissività che gli altri, compreso il gatto, si sfogassero su di me.

Ma lui no.  Il gatto non mi lasciava sfogare sul suo corpo. Il gatto reagiva. E io continuavo ad amarlo lo stesso.

Anche se si ribellava ai miei affronti, anche se evitava di stare con me quando ero nervosa, anche se metteva se stesso al primo posto, io lo amavo lo stesso.

Un giorno, ho compreso. Avevo subìto e sopportato per anni solo per essere amata. Credevo che se fossi stata il capro espiatorio, il punging ball, lo sfogo dalle frustrazioni, allora gli altri mi avrebbero amata.

Credevo che se mi fossi ribellata, se mi fossi rifiutata di subire, se avessi detto la mia, allora mi avrebbero rifiutata, allontanata, abbandonata. Credevo che, se avessi affermato me stessa, sarei stata privata dell’amore.

Attraverso l’amore che provavo e che provo per il mio gatto, qualunque cosa lui faccia, ho compreso che l’amore va oltre il comportamento, l’amore è un sentimento, anziché una conseguenza.

Amo il mio gatto perché amo il mio gatto.

Ci sono cose di lui che mi piacciono, altre che no. Alle volte litighiamo, alle volte lui se ne va, alle volte me ne vado io.

Abbiamo un rapporto tra individui che si confrontano. Ognuno dice la propria, nel rispetto dell’altro. Quando questo rispetto manca, l’altro lo fa notare e tutto ritorna al naturale e sano equilibrio. Senza rancori, senza rivalse, senza vendette. Si torna al punto di partenza, più consapevoli di prima.

Anche questo è amore e adesso io lo provo anche per me.



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Ringrazio dal profondo del cuore ogni Donna che ha voluto contribuire alla mia storia, al mio viaggio e all’arricchimento della mia esperienza in questa vita. Il mio invito è quello di raccontare la propria storia, di uscire dal segreto che spesso si trasforma in bugia, e trasformare in forza quella paura che ha reso immobili di fronte alle sfide.


La rabbia può diventare amore.

Buon Viaggio,

Rossella Incanto